La salute della donna a portata di click

Ciclo mestruale

Irregolarità del ciclo mestruale


il ciclo mestruale viene considerato irregolare quando si manifesta in un tempo differente rispetto al range di normalità (24-35 giorni - l’intervallo più comune consiste di 28 giorni). Mestruazioni troppo ravvicinate tra loro, troppo distanti, che durano molto o troppo poco tempo, il salto del ciclo mestruale, l’assenza di mestruazioni recidivante, l’oligomenorrea e la polimenorrea sono tutti esempi di irregolarità del ciclo mestruale. Diagnosi: si basa sulla visita ginecologica, ecografia pelvica transvaginale, eventuale isteroscopia diagnostica e biopsia endometriale, analisi del sangue per valutare i livelli ormonali dell’asse ipotalomo ipofisi ovaio, l’assetto emocoagulativo, e i valori dei globuli rosi e dell’emoglobina per escludere uno stato di anemia. Terapia: la terapia farmacologica è strettamente correlata alle cause accertate. Se l’intento è quello di regolarizzare le mestruazioni in assenza di patologie organiche uterine o ovariche, il medico prescriverà farmaci ormonali progestinici ed estrogenici, oppure antiemorragici al bisogno.




Sindrome premestruale (SPM)


viene cosi definita una complessa sintomatologia fisica e mentale che colpisce quattro donne su dieci in corrispondenza dei giorni immediatamente precedenti le mestruazioni. E’ caratterizzata da alterazioni delle condizioni psichiche e da cambiamenti emotivi, fisici e comportamentali nei giorni precedenti il ciclo mestruale di entità sufficientemente significativa da influenzare negativamente la vita quotidiana. La SPM comprende numerosi sintomi e segni clinici (tensione mammaria, sensazione di gonfiore diffuso, cefalea, acne, disturbi dell’appetito, stipsi o diarrea, dolori muscolari e/o alla schiena, aumento di peso, nausea, astenia) e/o disturbi psichici (irritabilità e variabilità dell'umore, depressione, diminuzione/aumento della libido, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno). Eziologia: non è stata identificata, tuttora, in modo definitivo, la causa scatenante dell'insieme di questi disturbi. Si ritiene in ogni caso trattarsi di una sorta di alterata reazione individuale in risposta ad una eccessiva produzione di ormoni da parte dell'ipofisi nella fase post-ovulatoria e premestruale. Diagnosi: si basa sulla raccolta dei dati anamnestici e clinici e sulla visita ginecologica. Terapia: uno strumento molto efficace è costituito dalla somministrazione di farmaci ormonali (progesterone o estroprogestinici) o farmaci sintomatici rivolti a ad alleviare i sintomi : analgesici (Fans), antiansia, antiastenici, eupnotici, utili l’assunzione di magnesio e di inositolo.




Amenorrea


mancanza delle mestruazioni. Esclusi i periodi della vita della donna durante i quali tale mancanza è fisiologica (prima della pubertà, dopo la menopausa, durante la gravidanza e l’allattamento), l’amenorrea è dovuta a malattie che causano un’alterazione delle condizioni generali, da malattie a carico dell’apparato genitale oppure da gravi traumi psichici. L’amenorrea altro non è che un sintomo di un’alterazione nei processi ormonali che regolano lo sviluppo e la funzione dell’endometrio: mucosa che ricopre la cavità dell’utero e che ha un ruolo fondamentale nell’annidamento dell’uovo fecondato. Diagnosi: Nei casi in cui l’apparato genitale è sufficientemente sviluppato, come può essere evidenziato dalla visita ginecologica abbinata alla ecografia pelvica, bisogna accertare le cause di un’alterata correlazione funzionale tra l’ipotalamo, l’ipofisi e l’ovaio. Questo è facilmente accertabile attraverso esami ormonali o test dinamici. Terapia: la possibilità di riuscita della terapia è variabile: nei casi di mancanza o di insufficiente sviluppo dell’utero e dell’ovaio, il medico non ha a sua disposizione alcuna cura efficace; se il disturbo è dovuto ad un malfunzionamento dell’ipotalamo o dell’ipofisi oppure dell’ovaio, è possibile stabilire a che livello esiste il deficit funzionale ed impiegare la terapia stimolante o sostitutiva.




Dismenorrea


disturbo rappresentato dalla presenza di dolori che precedono o accompagnano il flusso mestruale. Tali dolori, causati da forti contrazioni uterine, sono generalmente localizzati nella metà inferiore dell’addome, violenti, simili a dei crampi e spesso associati a disturbi generali come senso di malessere, nausea, vomito. Diagnosi: si basa sull’incontro col medico specialista, il quale raccolta l’anamnesi, esamina lo stato di salute degli organi riproduttivi attraverso la visita e l’ecografia transvaginale. Dopo, in caso di sospetto di patologie dell'apparato riproduttivo, come l'endometriosi, l'adenomiosi, fibromi uterini, infezioni o stenosi (restringimenti) della cervice uterina, possono essere prescritti, se necessari, i seguenti esami diagnostici: isteroscopia, risonanza magnetica, laparoscopia diagnostica - Terapia: secondo i risultati ottenuti, la terapia potrà consistere o nella somministrazione di ormoni, come la pillola estroprogestinica, oppure in rimedi a carattere sintomatico, cioè indirizzati ad eliminare la sintomatologia dolorosa come analgesici, antispastici, o il calore (borsa dell’acqua calda, ecc.) Molto spesso la dismenorrea scompare spontaneamente e in modo definitivo dopo la prima gravidanza.




Micropolicistosi ovarica


da non confondere con la sindrome dell’ovaio policistico-PCOS. La micropolicistosi ovarica non è, di per sé, una patologia, ma indica semplicemente la presenza di piccole cisti follicolari sulle ovaie (dai 3 ai 10-12 mm). I sintomi sono rappresentati da lievi alterazioni ormonali con ciclo mestruale non sempre regolare, ma con ovulazione sempre o quasi presente e senza particolari altri disturbi. Diagnosi: esame ecografico transvaginale. Terapia: La presenza di microcisti ovariche non necessita di cure particolari, a meno che non sia inserita all’interno di un quadro di PCOS. Se la micropolicistosi provoca qualche alterazione del ciclo, le donne molto giovani possono ricorrere alla pillola anticoncezionale a base di estrogeni.





Malattie sessualmente trasmissibili

Clamydia


infezione causata da batteri del genere Chlamydia trachomatis. I portatori sani, ovvero coloro che non presentano segni o sintomi della malattia, sono molto numerosi sia tra le donne che tra gli uomini. La sintomatologia compare in genere entro 1-3 settimane dal contagio: nella donna si osservano perdite biancastre o giallastre piuttosto abbondanti, sensazione di bruciore durante la minzione, dolore durante i rapporti sessuali; nell’uomo la malattia spesso non dà sintomi e per questo è anche più pericolosa, ma quando è sintomatica i disturbi più frequenti sono prurito a livello dell’uretra, leggero bruciore nell’urinare e perdite chiare sulla punta del glande. Contagio: avviene attraverso rapporti sessuali scoperti per via vaginale, orale o anale. Diagnosi: effettuata attraverso test di laboratorio su campioni raccolti nel collo dell’utero o sul pene. Terapia: Somministrazione di antibiotici. La guarigione è completa purché il trattamento sia attuato correttamente e da entrambi i partner.




Micosi (funghi, lieviti, Candida)


Si tratta di una delle più frequenti malattie sessualmente trasmissibili, specialmente per quanto concerne i giovani, causata da funghi (o meglio lieviti) del genere Candida che sono anche normalmente presenti in diverse mucose dell’organismo, come la bocca o l’apparato digerente. In condizioni particolari (es: uso prolungato di antibiotici o cortisone, malattie debilitanti, altre malattie sessualmente trasmissibili, gravidanza, scarsa igiene intima ecc.) la Candida può svilupparsi in modo anomalo e provocare infezioni di diverso tipo. Nella donna i sintomi di questa malattia consistono in perdite vaginali biancastre dense, molto simili al latte cagliato (leucorrea), prurito e bruciore vulvo-vaginale, dolore durante i rapporti e alla minzione. Nell’uomo l’infezione spesso non causa disturbi, oppure si manifesta con irritazione e prurito a livello del glande. Contagio: Nelle donne avviene attraverso l’atto sessuale, oppure attraverso biancheria intima infetta, wc non puliti, sabbia della spiaggia o per “autoinfezione” in quanto le feci spesso contengono la Candida. Nell’uomo invece avviene esclusivamente attraverso l’atto sessuale. Diagnosi: Può essere effettuata già attraverso una visita ginecologica o andrologica, meglio comunque effettuare un esame microbiologico, specialmente in caso di infezioni ricorrenti, attraverso un tampone vaginale nella donna e un prelievo uretrale nell’uomo. Terapia: Nelle donne si ricorre al trattamento locale con sostanze specifiche (antimicotici) disponibili sia sotto forma di ovuli vaginali che di creme. Spesso occorre anche associare farmaci analoghi per via orale, soprattutto se i disturbi locali sono intensi e ricorrenti. È bene che il trattamento sia esteso al partner maschile anche se non presenta alcun segno o sintomo di Candida, questo per evitare l’effetto ping-pong. La guarigione completa è possibile purché la terapia sia appropriata ed eseguita correttamente.




Trichomoniasi


infezione causata da un protozoo, il Trichomonas vaginalis, che colpisce più frequentemente la vagina nella donna e l’uretra, con possibilità di risalita verso le vie urinarie e conseguenti cistiti, nell’uomo. I sintomi possono anche essere silenti. La donna può presentare perdite di colore giallo-verdastro dalla consistenza schiumosa, in genere maleodoranti e talvolta con piccole perdite di sangue. A questa sintomatologia può essere associato anche prurito, infiammazione della vulva e della vagina, dolore durante l’atto sessuale e l’emissione di urina. Nell’uomo questa malattia raramente provoca disturbi, ma possono comunque manifestarsi piccole perdite biancastre dal pene, bruciore durante la minzione e l’eiaculazione. Contagio: avviene attraverso rapporti sessuali. Difficilmente l’infezione si trasmette con contatti indiretti in quanto il Trichomonas sopravvive fuori dal corpo umano non più di 40-50 minuti. Sembra che l’uomo sia il “vettore” del parassita e che la persistenza del protozoo nei genitali maschili rappresenti la prima causa di reinfezioni. Diagnosi: visita ginecologica, ricerca al microscopio del Trichomonas su tampone vaginale o uretrale maschile. Terapia: assunzione di farmaci specifici da parte di entrambi i partner, indipendentemente dalla presenza di sintomatologia. L’infezione può ripresentarsi nel corso del tempo ma, se il trattamento è tempestivo, la guarigione è di solito veloce.




Micoplasma


infezione causata dal batterio gram positivo Mycoplasma genitalium, che colonizza l’apparato genitale ed è responsabile di cervicovaginite come la gonorrea e la clamidia. Tale infiammazione è in genere silente e può provocare danni anche a lungo termine, quali infertilità, endometrite cronica, salpingite o peritonite pelvica. In alcuni casi i sintomi, che compaiono tra i 7 e 28 giorni dopo il contagio, includono dolore durante i rapporti sessuali, sfoghi, secrezioni biancastre, urinazione fastidiosa e dolore al basso ventre. Contagio: avviene attraverso via sessuale. Avere rapporti con più partner e non protetti è il principale fattore di rischio. La trasmissione può anche essere verticale, ovvero al momento del parto tra la madre e il bambino. Diagnosi: necessari analisi dell’urina e tampone. Terapia: consiste spesso nella somministrazione di un antibiotico (azitromicina). Durante la cura si consiglia di astenersi dai rapporti sessuali fino a completa guarigione o fino a che i partner infetti siano stati visitati e adeguatamente trattati. È bene sottoporsi a test diagnostici per la ricerca di infezioni persistenti o croniche dopo 8-12 settimane dalla terapia.




Ureaplasma


infezione trasmessa dal batterio Ureaplasma urealyticum, appartenente alla stessa famiglia dei micoplasmi. Nella donna può causare uno sviluppo di vaginosi batterica, malattia infiammatoria pelvica e sindrome uretrale, con sintomi quali bruciore vaginale, dolore durante e dopo i rapporti sessuali. Nell’uomo può causare prostatite ed epididimite, con sintomi quali fastidioso bruciore precedente la minzione e fuoriuscita di secrezioni biancastre dal pene dalla consistenza filante che, talvolta, escono spontaneamente. Si tratta di un’infezione con causa di tipo polimicrobico, vale a dire dovuta a più di un solo microorganismo. Infatti diversi microorganismi concorrono all’insorgenza di un’unica malattia e, in genere, hanno un effetto di natura sinergica tra di loro. Contagio: rapporti sessuali vaginali, anali, orali ed anche per via materno-fetale (in gravidanza o durante il parto). Diagnosi: esami colturali, tampone. Terapia: somministrazione di antibiotici (tetracicline, azitromicina, doxiciclina) ad entrambi i partner anche in assenza di sintomi specifici, antibiogramma. Consigliato il riposo sessuale fino a quando non sia stata accertata l’avvenuta guarigione. Se l’infezione non viene curata adeguatamente può portare, sia l’uomo che la donna, all’infertilità.




Gonorrea (blenorragia, uretrite specifica)


infezione causata dal batterio Gonococco o Neisseria gonorrhoeae, che interessa prevalentemente i maschi giovani tra i 16 e i 25 anni. Per quanto concerne i sintomi, nella donna la gonorrea può essere asintomatica oppure può causare perdite vaginali anomale, bruciore e dolore durante la minzione; nell’uomo invece, dopo circa 3-10 giorni dal rapporto infetto, si manifestano arrossamenti dell’uretra, bruciore e dolore nell’urinare, fuoriuscita di pus dal pene e talvolta anche gonfiore ai testicoli. Contagio: avviene attraverso rapporti sessuali non protetti per via vaginale, orale o anale anche in assenza di eiaculazione: basta anche il semplice contatto con la cute infetta. Raramente invece l’infezione può essere trasmessa attraverso oggetti, indumenti, strumenti o servizi igienici infetti. Diagnosi: sono disponibili esami su campioni di secrezioni prelevati nell’area dell’infezione o dalle urine. Terapia: consiste in un trattamento antibiotico. Se è tempestiva e seguita da tutti i partner sessuali la guarigione è generalmente rapida e completa.




Vaginosi batterica (Gardnerella Vaginalis)


una delle più comuni cause di vaginite nella donna. Questa infezione si sviluppa quando alcuni batteri che normalmente vivono in vagina trovano condizioni favorevoli per un loro eccessivo sviluppo, come l’alterazione dell’ambiente vaginale o la scarsa igiene intima. Talvolta l’infezione non comporta particolari sintomi, altre volte si manifesta con perdite vaginali grigiastre e maleodoranti associate a irritazione e infiammazione della vagina e della vulva, dolore durante l’atto sessuale e l’emissione di urina. Nell’uomo l’infezione si diffonde con più difficoltà, in alcuni casi può provocare infiammazione del prepuzio e del glande. Contagio: avviene attraverso rapporti sessuali scoperti con persone infette. Non può avvenire invece per contatto con oggetti o materiali infetti. Diagnosi: visita ginecologica, test delle ammine e determinazione del pH vaginale. L’esame al microscopio di un tampone vaginale garantisce la certezza diagnostica. Terapia: assunzione di antibiotici specifici, in crema o gel da applicare sulla zona interessata e in compresse orali. L’uomo in genere non necessita del medesimo trattamento, eccetto quando la donna è soggetta a frequenti recidive.





Vulva

Vulvodinia


Vulvodinia è un termine utilizzato per descrivere una sensazione dolorosa cronica che interessa la regione vulvare. Il fastidio può essere descritto come bruciore, dolore irritazione, sensazione di “gonfiore o arrossamento”. Il dolore può essere costante o intermittente, localizzato o diffuso. La gravità del problema varia da un lieve fastidio a un dolore molto intenso e debilitante. Ci sono diversi problemi ginecologici che possono causare un dolore vulvare e devono essere trattati ed esclusi prima di porre diagnosi di vulvodinia. Queste condizioni possono comprendere infezioni, malattie cutanee benigne come dermatiti, lichen sclerosus, esiti di traumi e raramente lesioni pre-cancerose o tumorali. Tutte queste alterazioni sono diagnosticabili in sede di visita ginecologica, vulvoscopia o tramite opportuni esami (tampone vaginale, biopsia vulvare). Se la vulvoscopia ed eventuali esami non evidenziano alcun elemento alterato e il disturbo dura da almeno 3 mesi, si può porre diagnosi di Vulvodinia. Esiste una forma localizzata: Vestibolo vaginale (vestibolodinia) circa 80% dei casi; Clitoride (clitoridodinia); una forma generalizzata: disturbi che interessano gran parte della regione vulvare (perineo e regione anale compresi) . La sintomatologia descritta puo essere provocata: i sintomi sono prevalentemente legati alla stimolazione (contatto, sfregamento, penetrazione vaginale) o spontanea i sintomi sono quasi sempre presenti, indipendentemente dalla stimolazione. L’esatta causa della Vulvodinia non è nota, però si conoscono alcune cose importanti: nelle donne affette dalla malattia il nervo che interessa il vestibolo vaginale e la vulva presenta delle fibre aumentate di volume e di numero; spesso è presente una storia clinica d’infezioni ripetute vaginali e/o vescicali che precedono la comparsa dei disturbi; in donne con vulvodinia si sono dimostrate alterazioni genetiche nella risposta infiammatoria; spesso si evidenzia un’alterata attività muscolare vulvo-perineale (ipercontrattilità). L’ipotesi piu accreditata è che la malattia sia legata ad un’alterazione localizzata del nervo pudendo (neuropatia) scatenata da un’alterata risposta a stimoli infiammatori ripetuti con fattore aggravante o in parte scatenante una ipercontrattilità della muscolatura vulvo-perineale. Diagnosi: si basa principalmente sul dolore percepito dalla paziente e sull’assenza di cause identificabili per diagnosi differenziali. Spesso viene effettuato il “test del cotton-fioc” per determinare le aree di dolore e categorizzare la loro severità. Terapia: non esiste un approccio terapeutico universale. Le cure più comunemente impiegate comprendono misure di cura vulvare con norme igieniche appropriate e l’uso di prodotti eutrofici, farmaci per uso topico, orali o iniettabili, , terapia TENS, biofeedback e terapia fisica.




Prurito vulvare


prurito localizzato a livello dei genitali esterni femminili dovuto a cause di varia natura. Formicolio, pizzicore, dolore/fastidio, lesioni cutanee ed eritema sono i principali sintomi di questo disturbo. Diagnosi: si basa sulle condizioni che possono aver scatenato il prurito vulvare, oltre che sul quadro clinico della paziente. Terapia: sarà ovviamente diversa a seconda della causa che ha scatenato il disturbo. In linea di massima si consiglia di effettuare una corretta igiene intima quotidiana, utilizzare il profilattico, mantenere regolare la funzione intestinale al fine di stabilire un equilibrio della flora batterica intestinale e vaginale, assumere fermenti lattici, indossare biancheria intima in cotone semplice, usare assorbenti e/o salvaslip ipoallergenici, evitare indumenti stretti e mantenere un buon livello di idratazione.




Craurosi vulvare e Lichen scleroatrofico


Con il termine di “craurosi vulvare” si intende una lesione distrofica a carico dei genitali esterni, caratterizzata dalla presenza di lesioni biancastre a livello vulvare, con atrofia delle piccole labbra e restringimento dell’orifizio vaginale. Attualmente la craurosi vulvare è definita clinicamente con il termine di “lichen sclerosus” o “lichen scleroatrofico”. Si tratta di una patologia cronica a carattere infiammatorio e immuno-mediata, con una netta prevalenza nel periodo menopausale (sembra infatti essere sostenuta da condizioni di ipoestrogenismo); il lichen può tuttavia comparire, seppur con minore frequenza, anche nelle bambine e nelle adolescenti. La sintomatologia è rappresentata da prurito intenso, soprattutto notturno, bruciore, dolore locale associato a dispareunia (dolore ai rapporti), come conseguenza della stenosi vaginale. La diagnosi è clinica anamnestica con l’ausilio della vulvoscopia ed eventualmente con la conferma della biopsia. La terapia si basa sull’applicazione locale di pomate a base steroidea (in particolare il clobetasolo propionato) per breve periodo di tempo, per togliere il prurito e il bruciore. E’ indicato continuare poi la cura in associazione con preparati topici a base di testosterone propionato al 2%.





Contraccezione

Dispositivo intrauterino al rame (IUD) o Spirale


la spirale al rame è un piccolo dispositivo a forma di T che viene inserito nell’utero da un medico esperto. Non contiene ormoni, ma è rivestita in rame e impedisce la gravidanza bloccando la fecondazione e l’impianto dell’ovulo. Si tratta del contraccettivo di scelta per le persone con una storia di malattie coronariche, trombosi venosa profonda o embolia polmonare.




Dispositivo intrauterino a rilascio ormonale (IUD) o Spirale


la spirale ormonale è un piccolo dispositivo a forma di T che contiene nel braccio lungo un piccolissimo serbatoio di progesterone (Levonorgestrel), che viene dismesso continuativamente nella cavità uterina. Viene inserita nell’utero da un medico esperto e serve a rendere più denso il muco cervicale per impedire allo sperma di raggiungere l’ovulo e a rendere atrofica temporaneamente la mucosa dell’utero causando una riduzione del sanguinamento mestruale. Esplica una azione principalmente locale e per questo si può utilizzare un dosaggio dell’ormone molto basso, infatti impiega 3 anni per esaurirsi.




Pillola anticoncezionale


La pillola anticoncezionale è uno dei metodi contraccettivi più frequentemente utilizzati e contiene gli ormoni estrogeni e progestinici. Durante un regolare ciclo mestruale, i livelli di questi ormoni, prodotti dalle ovaia, presentano delle variazioni che interagiscono con l’ipofisi rispondendo alla sua azione di stimolo della funzione ovulatoria. Assumendo quotidianamente la “pillola” (associazione di estrogeni e progesterone), la loro concentrazione nel sangue rimane costante e cosi viene bloccata l’azione di stimolo dell’ipofisi nell’indurre l’ovulazione. Inoltre, la pillola serve a inspessire il muco cervicale in modo che lo sperma venga ostacolato nella risalita verso l’utero.





Sindrome menopausale: climaterio e menopausa

Sintomi e manifestazioni cliniche


la perimenopausa o climaterio corrisponde al periodo compreso tra i 48 e i 54 anni della vita della donna ed ha la sua naturale conclusione nella menopausa. In questa fase sono prevalenti i cicli anovulatori e si perde l’attività ciclica dell’ipotalamo mentre l’ovaio diventa sempre meno capace di rispondere alle stimolazioni delle gonadotropine. I flussi mestruali diventano sempre piu scarsi e meno frequenti e inoltre sono presenti altri sintomi più o meno gravi. In alcuni casi il ciclo mestruale scompare improvvisamente e compaiono vampate di calore, ipersudorazione, palpitazioni, arrossamenti del viso, affaticamento, dolori articolari e muscolari, sbalzi d’umore, ansia e depressione, insonnia, disturbi dell’apparato urinario e secchezza vaginale. Insieme ai sintomi fisici si manifestano anche effetti negativi nell’ambito della sessualità: calo della libido, atrofia vaginale e dolori durante l’atto sessuale. Questa sintomatologia si accentua durante i primi anni della menopausa che è definita come l’assenza per almeno 6 mesi dei flussi mestruali come conseguenza della quasi completa deplezione della riserva ovarica. In questa fase può presentarsi anche l’osteoporosi che consiste in una diminuzione della massa ossea che può essere cosi grave da rendere lo ossa fragili al punto di fratturarsi in conseguenza di traumi anche modesti.




Terapia ormonale sostitutiva (TOS)


Si tratta di un trattamento farmacologico a base di ormoni, estrogeni da soli o associati a progestinici, prodotti normalmente dall'organismo femminile, in particolare dalle ovaie. Durante la menopausa la produzione di questi ormoni diminuisce e possono comparire sintomi caratteristici, come vampate di calore, insonnia, disturbi vaginali. La terapia ormonale sostitutiva va a correggere questa mancanza di ormoni e, quindi, anche i sintomi della menopausa si riducono. La terapia ormonale sostitutiva per le donne isterectomizzate, alle quali è stato asportato chirurgicamente l'utero, è a base di soli estrogeni. Esistono controindicazioni all’uso della TOS assolute (quelle che non precedono eccezioni) e relative (quelle che possono essere trascurate solo nei casi in cui le indicazioni ad assumere la terapia sono fondamentali). Le assolute sono: 1) perdite ematiche genitali di natura da accertare; 2) tromboflebiti e tromboembolie; 3) neoplasie della mammella e dell’endometrio 4) patologie acute del fegato. Le relative sono: 1) la trombofilia; 2) storia personale e/o familiare per neoplasia mammaria e dell’endometrio; 3) storia personale e/o familiare di tromboembolia; 4) malattie croniche del fegato e del pancreas. Esistono inoltre altre condizioni che pur non essendo delle vere e proprie controindicazioni, invitano alla prudenza e alla vigilanza. La TOS puo essere fatta dalla fase della perimenopausa fino alla menopausa conclamata alla dose efficace e per il tempo necessario alla salute e al benessere della donna.





Prevenzione oncologica

Citologia cervicale


citologia cervicale o anche chiamato comunemente Pap-test, striscio vaginale è un test diagnostico in cui vengono esaminate le cellule della cervice dell'utero al fine di rilevare l'esistenza di un possibile cancro. Le cellule sono prelavate dalla cervice per mezzo di una spatolina e quindi o strisciate e fissate su un vetrino oppure immesse in un liquido conservante. Il campione cosi ottenuto è inviato in laboratorio dove è effettuata la lettura. L'obiettivo di questo test è di rilevare l'esistenza di un cancro cervicale dell'utero, o lesioni precancerose nello stesso, appena possibile per curar quanto prima possibile. In quasi tutti i casi, il cancro cervicale è associato con un'infezione da un virus chiamato papilloma virus umano (HPV), acquisito sessualmente.




ASCUS


La dizione ASCUS è l’acronimo inglese di Cellule Squamose Atipiche di Significato Indeterminato (atypical squamous cells of undetermined significance, ASCUS). Questa classificazione è stata introdotta per designare anormalità cellulari più marcate di quelle reattive, ma qualitativamente e quantitativamente insufficienti a supportare la diagnosi di "lesione squamosa intraepiteliale" (SIL). Dopo numerosi studi ed osservazioni, si è visto che la maggior parte delle infezioni da HPV producono SIL che, specie nelle giovani donne, regrediscono spontaneamente. Si stima che il 10-20% delle donne con ASCUS abbia un CIN 2-3 e che 1 su 1000 abbia un carcinoma invasivo.




Displasia VAIN (Neoplasia Intraepiteliale Vaginale)


si tratta di una patologia relativamente rara poiché interessa l’1% delle neoplasie intraepiteliali del basso tratto genitale, ha un’incidenza più bassa di ben 100 volte rispetto la CIN e generalmente colpisce le donne dai 35 anni in avanti. Inoltre, è spesso associata alla CIN. La VAIN si localizza prevalentemente nel 1/3 superiore della vagina, talvolta in corrispondenza degli angoli vaginali, è asintomatica e può regredire spontaneamente. Diagnosi: citologica e colposcopica (Pap-Test anormale cui fa seguito una colposcopia, che permette di identificare la sede e il numero delle lesioni). È necessario effettuare una biopsia mirata nel punto colposcopicamente più sospetto. Terapia: si ricorre all’ablasione laser, che determina una vaporizzazione del tessuto fino a 1,5-3mm di profondità. Si effettua su lesioni colposcopicamente ben definite, con margini ben evidenti e multifocali. I vantaggi di tale terapia riguardano la rapidità di esecuzione e la bassa morbilità postoperatoria.




Displasia VIN (Neoplasia Vulvare Intraepiteliale)


indica una lesione squamosa della vulva caratterizzata da atipie cellulari, disordini della maturazione cellulare ed aumentata attività mitotica. Tali alterazioni sono confinate nello spessore dell’epitelio e non superano la membrana basale. Diagnosi: è necessario un esame istologico del tessuto prelevato mediante biopsia. Terapia: occorre personalizzare il tipo di cura in base all’età della paziente, alla localizzazione della lesione, all’estensione, alla multifocalità e all’esame istologico in modo da prevenire il cancro vulvare invasivo, preservando tuttavia l’anatomia e la funzione della vagina. La vaporizzazione laser è efficace nell’eliminare radicalmente la VIN ottenendo buoni risultati estetici e funzionali con un minimo danno tessutale. Questo tipo di terapia trova particolare indicazione in presenza di lesioni localizzate nelle aree glabre, particolarmente adatta per le lesioni periuretrali e perianali della regione clitoridea.




Displasia CIN (Neoplasia Cervicale Intraepiteliale)


la sigla CIN sta per "cervical intraepithelial neoplasia", che significa "neoplasia intraepiteliale cervicale". In base alla quantità di cellule anomale presenti, la displasia è classificata in: Lieve o "CIN 1": Se la displasia è di "livello 1", significa che solo un terzo circa delle cellule cervicali è anomalo. Inoltre, le cellule non appaiono così chiaramente anomale come nella displasia moderata o grave. Si stima che una donna su sei sviluppi la CIN 1, che solitamente si risolve spontaneamente e non richiede alcun trattamento. La CIN 1 può anche essere chiamata LSIL (lesione intraepiteliale squamosa di basso grado). -Moderata o "CIN 2": circa due terzi delle cellule cervicali sono anomale. La CIN 2 (e la CIN 3) viene designata anche come HSIL (lesione intraepiteliale squamosa di alto grado). - Grave o severa o "CIN 3": quasi tutte le cellule cervicali sono anomale o precancerose, ma le cellule anormali non hanno ancora oltrepassato la membrana basale epiteliale. Diagnosi: visita ginecologica, Pap-Test, colposcopia, biopsia della cervice - In genere, la displasia è asintomatica, per cui è necessario diagnosticarla mediante i test abituali per il rilevamento del tumore del collo dell'utero, che sono il Pap test e, dopo il compimento dei 30 anni d'età, anche il test HPV. Se il Pap test è chiaramente anormale, o se le analisi ripetute ad un anno rivelano che è presente un'infezione da HPV che non sta guarendo, è necessario effettuare un esame chiamato colposcopia, per osservare più attentamente il collo dell'utero. Durante la colposcopia, spesso si procede a una biopsia, cioè alla rimozione di un campione di tessuto cervicale da analizzare, per poter determinare se è presente una displasia e stabilire se sia necessario intervenire con un trattamento più specifico. - Terapia: La cura della displasia dipende dal grado e dall'estensione delle cellule anomale presenti. Se le anomalie sono lievi e in numero ridotto, in genere scompaiono senza il bisogno di ricorrere a terapie. In questo caso, ci si limita a monitorare le condizioni della paziente mediante test di screening, di solito ripetendo il test HPV dopo un anno. Un'altra possibilità è ripetere il Pap test dopo 6 e dopo 12 mesi. Alcuni casi di displasia moderata, nonché la maggioranza dei casi di displasia grave hanno bisogno di essere curate. Esistono diversi metodi cui il medico può ricorrere per eliminare le cellule cervicali anomale. Questi trattamenti rientrano in due categorie generali: l'ablazione (che prevede la vaporizzazione delle cellule anomale) e si segue con laser, crioterapia, termocoagulazione e l'escissione (che prevede l'asportazione delle cellule tramite un bisturi o un laser). Le procedure di escissione consentono anche di inviare una porzione di tessuto al laboratorio per una successiva analisi (detta biopsia).




Displasia


il termine displasia indica la presenza di cellule anomale caratterizzate da una crescita disordinata nell’ambito di un determinato tessuto, in questo caso sulla cervice, causata dal virus HPV. Se le anomalie sono lievi, in genere scompaiono spontaneamente senza il bisogno di terapie. Alcuni rari casi però non guariscono spontaneamente. A questo stadio, le cellule sono considerate "precancerose". In altri termini, se esse non sono individuate e trattate, potrebbero evolvere in un cancro cervicale.




Biopsia


accertamento medico strumentale invasivo che prevede il prelievo e l’analisi di tessuto biologico della paziente. Generalmente si effettua per scopi diagnostici, per esempio al fine di escludere o confermare il sospetto di una malattia, fornire informazioni sulla patologia (come il grado e l’estensione, lo stadio) e quindi le possibili terapie e decorso. La biopsia effettuata su tessuti molli, come le mucose o la cute, può essere di tipo escissionale, che prevede l’asportazione completa della parte lesionata, oppure incisionale, che prevende l’asportazione di uno o più campioni della parte lesionata.




Colposcopia


accertamento che permette di evidenziare le forme precocissime di carcinoma del collo dell’utero. Si effettua mediante un particolare strumento ottico chiamato colposcopio, costituito da una sorgente luminosa e un sistema di lenti, che consente di osservare ad ingrandimento variabile e con un’intensa illuminazione la superficie della vagina e dell’esocervice. Attraverso questa metodica è possibile individuare lesioni ed aree sospette non visibili ad occhio nudo e proprio per questo la colposcopia risulta fondamentale per la diagnosi delle infezioni da HPV (condilomatosi) mostrando una sensibilità superiore rispetto al classico Pap-Test. La colposcopia può essere effettuata nel corso di ogni visita ginecologica e costituisce un mezzo indispensabile per la prevenzione e la diagnosi delle patologie del tratto genitale inferiore




Condiloma


processo patologico a carico della cute o delle mucose con l’aspetto di un’escrescenza carnosa (simile a una verruca) che può essere di forma appuntita oppure piana. Questa lesione è provocata dal Virus del Papilloma Umano (HPV) che si contrae attraverso il contagio diretto tra pelle e pelle, spesso durante i rapporti sessuali. Diagnosi: visita ginecologica e colposcopia Terapia: trattamento locale con creme specifiche, laser, asportazione chirurgica o cauterizzazione.




Conizzazione


intervento chirurgico che consiste nell’escissione di una porzione (generalmente di forma conica, da qui il nome) allo scopo di asportare una lesione potenzialmente o sicuramente maligna, ma ancora limitata nella sua estensione. Può essere eseguita sia per fini diagnostici che terapeutici; se non si può escludere completamente un cancro invasivo sulla base della colposcopia e di piccole biopsie, una biopsia a cono risulta indispensabile in quanto è la migliore cura per la displasia, specialmente quando coinvolge in modo significativo il canale della cervice.




HPV - Vaccinazione


il Papilloma Virus Umano (HPV) è responsabile di una delle malattie sessualmente trasmissibili più diffuse ed anche una tra le più pericolose in quanto responsabile dell’insorgenza del cancro dell’utero. Il vaccino anti-HPV si è dimostrato molto efficace nel prevenire il carcinoma della cervice uterina, specie se eseguito prima dell’inizio dell’attività sessuale (per questo motivo si raccomanda di farlo verso gli 11-12 anni d’età). Il suo vantaggio consiste nell’indurre una protezione maggiore prima di un eventuale contagio con il virus in questione. L’HPV virus si trasmette attraverso i rapporti sessuali non protetti, ma per contrarlo può essere sufficiente anche un piccolo contatto nell’area dei genitali. Di questo virus esistono più di 120 ceppi diversi, alcuni sono responsabili di lesioni benigne (per esempio i condilomi), mentre altri producono lesioni che possono nel tempo evolvere in forme tumorali. Esistono 2 tipi di vaccini contro il papillomavirus: il vaccino bivalente protegge contro i ceppi 16 e 18, quelli più pericolosi poichè responsabili di lesioni pretumorali, mentre il vaccino polivalente protegge contro i ceppi 6 e 11, ossia quelli che causano il maggior numero di condilomi. Entrambi i vaccini sembrano presentare un alto tasso di protezione contro il carcinoma uterino e pertanto sono fortemente raccomandati.




Diatermocoagulazione


metodologia chirurgica utilizzata per il trattamento di alcune malattie sessualmente trasmissibili, per esempio i condilomi. Si effettua attraverso l’uso di un particolare strumento chiamato diatermocoagulatore che genera una corrente elettrica di impulsi ad alta frequenza che permette di tagliare e cicatrizzare i tessuti superficiali della pelle. Questo strumento può essere definito, infatti, come un vero e proprio elettrobisturi.




Vaporizzazione laser


tecnica impiegata nel trattamento di lesioni benigne della cervice (ectopia, ectropion e i suoi esiti, endometriosi cervicale), ma soprattutto nel trattamento della condilomatosi nelle sue varie forme e delle neoplasie cervicali non invasive (SIL). Data la maneggevolezza dello strumento, è possibile effettuare vaporizzazioni ed escissioni di tessuto con ampiezza e profondità variabili a seconda della topografia della lesione.





Endometriosi

Endometriosi


L’endometriosi è uno stato patologico causato dalla crescita e sviluppo di isole di tessuto con le stesse proprietà dell’endometrio al di fuori della cavità uterina. L’endometrio è la speciale mucosa che riveste l’interno della cavità uterina e che, durante la vita fertile della donna, sotto l’effetto della produzione ormonale dell’ovaia si sviluppa acquisendo le capacità di accogliere l’uovo fecondato permettendone lo sviluppo; nei casi di mancata ovulazione, l’endometrio cosi maturato cessa di essere attivo, muore e viene espulso, insieme a del sangue dall’utero (flusso mestruale). La presenza di endometrio attivo capace di rispondere alla stimolazione ormonale, posizionato al di fuori della cavità dell’utero è causa di un insieme di sintomi e disordini funzionali. L’endometriosi , la cui prevalenza è intorno al 10% nelle donne in età fertile, è una patologia multifattoriale ad eziologia ignota che deriva dell’interazione tra fattori genetici e ambientali e fattori immunologici. Sintomatologia. Pur essendo una malattia benigna (non si muore mai e si guarisce sempre di endometriosi), può presentare una sintomatologia dolorosa da lieve-moderata limitata alla fase mestruale a molto grave ed invalidante causando cefalea, dismenorrea, dispareunia, dischezia, disuria fino al dolore pelvico cronico e disturbi piscologici quali ansia e depressione. L’endometriosi può giungere anche a compromettere la qualità della vita della donna perché ostacola lo svolgimento dell’attività lavorativa e domestica, la vita sociale, l’attività sportiva e anche l’attività sessuale. Infatti spesso le donne con endometriosi rifiutano i rapporti sessuali a causa della dispareunia con conseguenze assai negative sul rapporto di coppia. L’endometriosi inoltre è una delle principali cause di infertilità femminile e ciò determina un ulteriore peggioramento della qualità della vita della paziente causando depressione del tono dell’umore, ansia e senso di inadeguatezza, sintomi che in molti casi non sono correlati allo stadio della malattia. Localizzazioni: le localizzazioni più frequenti sono le ovaia, le tube, il miometrio, il peritoneo pelvico e addominale, l’intestino e il setto rettovaginale, la vescica e lo spazio vescicouterino, gli ureteri, il fegato e altri organi intraddominali. DIAGNOSI: si basa sull’ascolto della paziente al fine di una accurata anamnesi, sulla esplorazione vaginale e rettale, sulla ecografia transvaginale e transrettale, sulla risonanza magnetica, sulla laparoscopia diagnostica ed operativa. TERAPIA .Per evitare le conseguenze descritte, l’endometriosi necessita di un trattamento continuativo per tutta la vita che deve essere basato soprattutto sulla terapia medica limitando le procedure chirurgiche, che non consentono di ottenere una remissione completa della malattia. La chirurgia, in genere la mininvasiva, infatti è indicata nei casi in cui è a rischio la fertilità e per eliminare il dolore che non risponde al trattamento farmacologico. La terapia medica consiste inizialmente nella somministrazione di ormoni che inibiscono l’attività dell’ovaio creando una condizione simile alla menopausa e quindi un miglioramento dell’endometriosi. Si usano durante la fertilità: progestinici orali o vaginali o intrauterini, estroprogestinici, analoghi del GnRH; in perimenopausa : terapia ormonale sostitutiva, inibitori delle aromatasi. Nelle situazioni più gravi in cui la sintomatologia dolorosa è molto importante si ricorre all’intervento chirurgico che, nei casi meno complessi, viene effettuato in laparoscopia.





Dolore pelvico cronico

Dolore pelvico cronico


complesso sintomatologico che si contraddistingue per dolore cronico in sede pelvica e/o perineale, con possibili irradiazioni alla regione lombare, ai genitali esterni, agli inguini, alla regione sovrapubica, al sacro-coccige, alla radice delle cosce, più o meno accompagnati anche da sintomi minzionali, colonproctologici e sessuali. Diagnosi: è essenzialmente basata sui sintomi e sull’esame obiettivo, nonché palpazione dei muscoli pelvici per via vaginale o rettale. Terapia: esistono diverse possibilità terapeutiche, come modificazioni comportamentali e dello stile di vita, farmacoterapia, riabilitazione del piano perineale finalizzata ad apprendere come rilasciare la muscolatura del pavimento pelvico ecc.





Chirurgia ginecologica endoscopica

Laparoscopia


moderna tecnica di chirurgia ginecologica eseguita inserendo il laparoscopio (strumento chirurgico simile ad un piccolo telescopio) attraverso una piccola incisione di circa 1 cm praticata in corrispondenza della cicatrice ombelicale. Il laparoscopio permette al medico chirurgo di valutare la condizione degli organi pelvici e di utilizzare altri strumenti chirurgici sotto visione diretta. La laparoscopia rende possibile l’associazione della diagnosi alla terapia con una minor incidenza di rischi per la salute della paziente, minor danno estetico e tempi ristretti di degenza e convalescenza.




Isteroscopia


procedura medica che, attraverso l’utilizzo di una fibra ottica (isteroscopio), permette al medico chirurgo di vedere e studiare la cavità uterina. L’isteroscopio viene introdotto nell'utero attraverso la vagina e nella maggior parte dei casi senza usare strumenti traumatici che possono causare dolore (isteroscopia diagnostica). In caso di presenza nella cavità uterina di patologia (polipi o miomi o setti o aderenze o formazioni sospette per neoplasia) l’isteroscopia può essere operativa richiedendo una breve anestesia e la dilatazione del canale cervicale; questo permette l’utilizzo di uno strumento (resettore) dotato di una ansa elettrificata col quale si esegue l’intervento necessario.




Chirurgia vaginale


intervento chirurgico per via vaginale. Comporta meno rischi rispetto alla chirurgia addominale tradizionale ed è anche generalmente preferita dalle pazienti poiché meno invasiva. Infatti, la chirurgia vaginale permette una ripresa postoperatoria più rapida, provocando meno dolore, un minor tempo di ricovero e non lascia alcuna cicatrice visibile. Oggi si assiste al ricorso sempre maggiore alla chirurgia laparoscopica, che ha preso il posto della laparotomia nella competizione con la chirurgia vaginale.





Osteoporosi

Osteoporosi


L’osteoporosi è una malattia sistemica dell’apparato scheletrico caratterizzata da una bassa densità minerale ossea - cioè basso contenuto di calcio nelle ossa - e da un deterioramento della microarchitettura del tessuto osseo. Le ossa diventano quindi più fragili e sono esposte ad un maggior rischio di frattura per traumi anche minimi. Le ossa più frequentemente interessate dal rischio di fratture sono le vertebre, il femore ed i polsi; le fratture avvengono anche per traumi di lieve entità o a volte, come nel caso delle lesioni vertebrali o femorali, spontaneamente senza che il paziente si ricordi di aver subito un trauma.

L’osteoporosi è una malattia sistemica multifattoriale nella quale i minerali si esauriscono più rapidamente di quanto possano essere rimpiazzati. L'osso è un tessuto vitale che si rinnova. Questo processo viene definito " rimodellamento". Il tessuto osseo, una volta diventato vecchio e usurato, viene riassorbito mediante l'opera di cellule chiamate osteoclasti e dagli osteoblasti. La successione dei cicli di rimodellamento osseo può diventare sbilanciata anche perché, man mano che si invecchia, gli osteoclasti diventano più attivi degli osteoblasti, quindi è maggiore il numero di cellule che distrugge l’osso rispetto a quelle che formano nuovo tessuto osseo. Infatti quando la distruzione tessutale è maggiore della ristrutturazione si determina una perdita complessiva di massa ossea. In seguito al rimodellamento non bilanciato la massa del tessuto osseo spugnoso si riduce di consistenza e robustezza, diventando, di conseguenza, più fragile e sottile, la solidità dell'osso viene compromessa perché il tessuto interno diventa sempre più sottile e fragile aumentando notevolmente il rischio di frattura.

L’osteoporosi si suddivide in primaria e secondaria. Le primarie si verificano nel 95% dei casi e possono essere:

di tipo I ossia post menopausale, legata alla caduta della produzione ormonale dovuta, nella donna, alla menopausa;

di tipo II o senile, dovuta a varie cause, tra cui il ridotto apporto di somatotropina, testosterone, calcio, magnesio, vitamina D e altri importanti micronutrienti e l’immobilizzazione; di tipo idiopatica, forma rara la cui causa non è chiara. Le osteoporosi secondarie sono un gruppo ricco di varianti, ma costituiscono solo il 5% dei casi. Possono essere causate anche all’iperparatiroidismo, dall’utilizzo di farmaci osteopenizzanti, dall’artrite reumatoide, dalla celiachia, dalle neoplasie maligne e dal ridotto assorbimento intestinale di nutrienti.

Sintomatologia: Purtroppo, nella maggior parte dei casi, l’osteoporosi è asintomatica e si manifesta improvvisamente con fratture che solitamente interessano il polso, le vertebre e il femore, a seguito di traumi anche lievi e banali.

Diagnosi : L'incidenza della malattia aumenta con il passare degli anni e riguarda una donna su tre e un uomo su cinque, nell'arco della vita. Per diagnosticarla ci si può sottoporre a test specifici, come il MOC (mineralometria ossea computerizzata)e il DXA (Dual Energy X-ray Absorptiometry) che analizzano la densità ossea del paziente.

La prevenzione rimane il miglior rimedio all’osteoporosi, con una giusta ed equilibrata alimentazione e una moderata attività fisica. L’alimentazione ha un ruolo fondamentale non solo nella prevenzione, ma anche nella cura stessa della patologia. Si consigliano quotidianamente l’assunzione di alimenti ricchi di calcio, come i prodotti caseari, frutta e verdura e, al contempo, una sana attività fisica perché irrobustire la muscolatura può proteggere le ossa da un eventuale attacco della malattia. L’attività fisica ha un effetto osteogenico cioè stimola meccanicamente l’osso migliorando la mineralizzazione, si ha anche una stimolazione del tessuto osseo durante la contrazione muscolare.

Osteoporosi e menopausa, purtroppo un binomio pericoloso, infatti si sa da molti anni che l’insorgenza della patologia ossea è strettamente correlata al periodo della menopausa nella donna. Si tratta di una fase della vita in cui la donna cessa la produzione degli ormoni estrogeni da parte delle ovaie, questi ormoni hanno un’azione sulla regolazione della quantità di calcio presente nell’osso. Cessando il controllo della regolazione del calcio, allora la matrice ossea si riduce lasciando spazio ad una struttura ossea porosa e fragile. L’osteoporosi può essere prevenuta durante la menopausa attraverso:
• un’alimentazione ricca di calcio: (almeno 1,5 g al giorno) da assumere attraverso latte e latticini
• un adeguato esercizio fisico: l’attività fisica, come già detto, aumenta la formazione di tessuti ossei e fa bene a tutti gli apparati del nostro corpo, inoltre praticare uno sport all’aria aperta, sotto l’azione dei raggi del sole, mette in atto i meccanismi di produzione della vitamina D che è fondamentale per l’ossificazione;

• abolizione del fumo e dell’alcool: questi due fattori associati o da soli sono un vero rischio per la salute delle nostre ossa, quindi limitarne il consumo o meglio eliminarli dalla nostra vita sarebbe l’ideale punto di partenza per una buona prevenzione per l’osteoporosi, ma anche per altre patologie molto più gravi e spesso mortali;
• terapie farmacologiche: vi sono farmaci a base di ormoni femminili come gli estrogeni e il progesterone, che sono in grado di bloccare il processo osteoporotico se assunti per un po’ di anni (fino a 5 anni); Agonisti del recettore estrogenico: stimolando il recettore dell'estrogeno, i farmaci appartenenti a questa categoria agiscono con un effetto simil-estrogenico sull'osso, pur non esplicando alcun attività a livello dell'utero o del seno; sono indicati sia come misura preventiva all'osteoporosi, sia come cura vera e propria. Sono utilizzati con efficacia associazione di calcio e vitamina D, ma esistono anche integratori alimentari di calcio.; inoltre esistono farmaci specifici per la cura della osteoporosi conclamata come i Bifosfonati: anche questa classe di farmaci può essere utile per prevenire la fragilità ossea e la decalcificazione nelle donne durante la menopausa; pertanto rappresenta una valida terapia utilizzata nella cura della malattia conclamata.





Dr. Carmelo Bucolo

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email: carmelo@bucolo.it

 

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